* COS’È (IL VALORE DI) UN CASE STUDY? ::

Iniziamo con una premessa: case history significa cartella medica e non caso di successo, in quel caso si usa success story e quando si parla di un avvenimento da citare, o meglio da studiare, la terminologia corretta è: case study.

Altrimenti parliamo in italiano.

Detto questo, davvero appena succede qualcosa online – una cosa qualsiasi – diventa un case study?
Di cosa parliamo se un community manager risponde in tempo (è il suo lavoro), se un’hashtag viene usata da più dei quattro amici nostri senza andare in vacca (come #guerrieri, per esempio), se una newsletter viene aperta o se un’azienda capisce come usare un nuovo formato adv di Facebook o Twitter?

Di cosa parliamo se entrare nel libro italiano sulle case history (?!) è costato alle aziende citate tra 500 e 1500 euro in base al numero di casi (uno o due) pubblicati e il numero di copie richieste (10 o 50)?

Di cosa parliamo se non ci possiamo fidare neppure degli esempi citati in un libro? Ovviamente delle frasi urlate come case study sui blog non ci fidavamo già.

Non è un caso di successo. È successo un caso.

La maggior parte delle volte è così come ha detto Paolo Iabichino. Di casi di real time marketing da citare ne abbiamo un po’ tutti. Questo per esempio è il mio:

Brava Marta che fa l’ufficio stampa, così voi tutti social media manager vi rasserenate: non vi siete inventati nulla.

Basta essere in Rete e vedere cosa succede per capirla meglio. E anche… per prenderci un po’ meno sul serio.

Per approfondire:
- Accattonaggio digitale, di Giovanni Boccia Artieri (che parla di RT come beni digitali)
- Campioncini (un tumblr che archivia le richieste di beni in regalo che arrivano alle aziende con un ecommerce).

 

* UN LIBRO PER L’ESTATE ::

La vita di un libro è molto breve. Io il mio l’ho scritto l’estate scorsa, è uscito a febbraio e l’ultima pagina di rassegna stampa è della settimana scorsa.

Quasi ogni giorno, però, mi arrivano i messaggi di chi lo sta leggendo e io continuo a essere felice di averlo scritto. 

Quindi qui è dove vi racconto che, mentre voi continuate a leggerlo in giardino, sul terrazzo, sotto all’ombrellone, io sto per scriverne un altro. Uno breve, però, che uscirà solo in ebook.

Non è vero che di occasioni non ce ne saranno altre.

Nel frattempo colleziono foto di librerie: mi piace vedere che fine fa(rà) Due gradi e mezzo di separazione.

 

* DI TWITTER, RICONOSCIBILITÀ E… OPINIONI PERSONALI ::

Se il giornalista o il manager twittano dal loro account personale qualcosa di sconveniente o offensivo il disclaimer può essere una cautela per evitare che il messaggio possa essere ricondotto direttamente all’azienda o che si possa pensare che ci sia una qualche approvazione, ma non servono né a evitare un danno all’immagine aziendale né a evitare il licenziamento. A dirlo è l’avvocato Ernesto Belisario con cui ho fatto una chiacchierata parlando di social media policy prima ancora del caso Gasparri.

Una cosa che non è passata inosservata.

Neppure all’estero, ecco.

E, oggi, succede di nuovo, con Danilo Leonardi, produttore esecutivo di Rai 3, ovvero, uno che firma (nei titoli di coda) diversi programmi della rete e… tweet omofobi.  

Giusto per citare il tweet più sereno tra i tanti offensivi che ha scritto finora.

Cosa succede in questi casi?
Il direttore di Rai 3 ha preso le distanze.

Ma ve lo ricordate il caso di Justine Sacco?

E in Italia?

Al vicepresidente del Senato della Repubblica (eggià) Maurizio Gasparri è stato istituzionalmente fatto presente?
E, per Leonardi, la Rai sta prendendo provvedimenti? 


* 10 COSE IN UN ANNO ::

Ho iniziato a raccontare sul Financial Times un po’ di fatti miei legati all’esperienza del back to school.

BocconiSì, sono a metà strada. E in un anno ho imparato che:

1. Se si ha meno tempo da perdere ci si organizza meglio.

2. In mezz’ora di chiacchiere coi compagni di corso si può imparare più che in due ore di lezione.

3. Puoi scegliere cosa imparare, ma non puoi scegliere cosa non studiare.

4. La collaborazione è una capacità essenziale.

5. Qualunque sia il tuo ruolo in azienda hai qualcosa da imparare (e la spocchia non paga mai).

6. L’alta percentuale di uomini in classe non è un problema, se non per la quantità di esempi su calcio e motori (e di business del porno, anche, ma questo sul FT l’hanno tolto).

7. I colleghi potrebbero non capire la fatica di tornare a studiare (e fare un MBA). (altro…)

* CARO ODG ::

Dopo essermi lamentata anche io tantissimo della difficoltà di trovare nell’offerta formativa obbligatoria (e a pagamento) dell’Ordine dei Giornalisti qualcosa di davvero interessante e aver anche pensato di rinunciare al tesserino nonostante la fatica fatta per sostenere l’esame di Stato, ho deciso di essere propositiva.

Sono convinta che sia giusto aggiornarsi e che sarebbe bello che tutti capissero le proprie lacune e trovassero il modo per colmarle. Non mi piace leggere strafalcioni e titoli allarmistici che fanno riferimento a una Rete di cui scrive troppo spesso chi nulla ne sa.
odgSiamo in un mercato competitivo e investire su se stessi è la migliore arma a disposizione qualunque siano i nostri obiettivi (per un po’ di fatti miei sull’argomento leggi l’elenco degli esami che ho fatto finora all’MBA).

Poi, è vero che l’aggiornamento professionale dell’Odg è obbligatorio per tutti, ma magari non tutti possono permetterselo.

Quindi, qualche giorno fa ho scritto a Enzo Iacopino, presidente dell’Ordine dei Giornalisti:

(…) quello che ti allego è il programma che svolgo nel Master in Comunicazione delle Scienze all’Università di Padova.
La mia proposta è dunque questa: regalare ai colleghi giornalisti una giornata di formazione su questi temi. Basta trovare uno spazio adeguato e io sono a disposizione.

In breve:

- Cosa sono i social media, a cosa servono, chi li usa e come?  (altro…)

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