* LE OPINIONI SONO MIE, E DI CHI SE NO? ::

Davvero ha senso scrivere nella shortbio di Twitter frasi come speaking for myself o RT ≠ endorsement? E se sì, allora, perché solo su Twitter e non anche su Facebook, Instagram, Vine, ovunque?

Ho chiesto a Ernesto Belisario, avvocato esperto di diritto delle nuove tecnologie (che avevo già intervistato qua) se ci fossero – nascosti da qualche parte – una riga di codice, un articolo, un’ipotesi a dar ragione a quanti lo fanno. E non c’è, però…

«Poniamo il caso di una testata o di una grande azienda, se il giornalista o il manager twittano dal loro account personale qualcosa di sconveniente o offensivo non credo che il disclaimer possa essere di grande aiuto. Sicuramente è una cautela che serve ad evitare che il messaggio possa essere ricondotto direttamente all’azienda o che si possa pensare che ci sia una qualche approvazione, ma non servono né a evitare un danno all’immagine aziendale né a evitare il licenziamento».

Se è il buon senso che manca, allora serve davvero intervenire con… una social media policy?

«Molto più efficace del disclaimer è l’impegno contrattuale a evitare determinato tipo di messaggi (come, per esempio, bruciare la notizia alla propria testata anticipandola sui social network). In questo caso può servire: mi riferisco, in particolare, all’eventualità di dipendenti/collaboratori di amministrazioni e/o organizzazioni che abbiano adottato social media policy in cui tale cautela venga espressamente richiesta».

Anche perché tutti parlano di tutto, signora mia.

E come parlano?

Quindi, nulla di nuovo, ognuno è responsabile per sé, ma se uno non ci arriva sta al management tentare di…

Come si fa?

Anche perché se ancora non è chiaro:

Spunti utili dalla ricerca Employees Rising: Seizing the Opportunity in Employee Activism di Weber Shandwick e KRC Research.

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