* A COSA SERVE SCRIVERE SE NESSUNO (CI) LEGGE? ::

C’è differenza tra essere visibili e volerlo essere? Sì, c’è, ovvio: c’è la stessa differenza tra essere bravi e raccontare di esserlo (cosa che io – un po’ per gioco, un po’ per darmi pacche sulle spalle da sola – faccio spesso).

Qui, quindi, è dove mi dico brava da sola, ma ammetto che chiamata come ospite nell’evento di Bookcity La cultura e i libri ai tempi dei social network, organizzato da Mentelocale, m’è venuto il dubbio di aver poco da dire.

La traccia era questa:

È vero che un articolo esiste solo se ha mille condivisioni su Facebook?
Perché una catena di retweet vale più di una recensione?

Ci ho pensato ed ecco un riassunto di quello che forse dirò.

A cosa serve scrivere se nessuno legge?

Perché è questo il pericolo: tale è la sovrabbondanza di informazioni che possiamo trovare online, che ogni nuovo contenuto potrebbe essere già stato scritto da altri, meglio o in luoghi (siti) più evidenti, più… trafficati.

E in più c’è il dubbio che chi trovi una notizia online non la legga, non abbia tempo, voglia o abbia perso l’abitudine ad approfondire le cose. Sì, succede davvero.

Secondo alcuni (You’re not going to read this, but you’ll probably share it anyway) non esisterebbe correlazione tra il numero delle condivisioni sui social media e ciò che davvero la gente legge.

Più un contenuto è condiviso, più sembra letto

In che modo, quindi, a parità di condizioni (esistenza di una notizia o di una storia e qualità della scrittura stessa) è possibile che un contenuto possa risultare più interessante di un altro?

A volte la differenza la fa la riconoscibilità di un autore che con sé porta l’interesse di una audience preparata ad ascoltare ciò che ha da dire, da aggiungere, a una notizia.

Cosa significa essere riconoscibili in Rete?

E perché esserlo aiuta la diffusione dei contenuti?

Significa che per me che leggo è importante sapere chi ha scritto una cosa online. Non solo perché diventa una garanzia, in alcuni casi, ma perché sapere che c’è una firma crea più fiducia e quando ci si
(af)fida si condivide più facilmente e allora i contenuti – a volte anche se non memorabili – viaggiano più facilmente e quindi vengono letti da più persone.

Come si fa a diventare riconoscibili?

Per dimostrare di esser bravi bisogna imparare anche a dire di no. E anche a usare gli spazi giusti. Penso ai miei cattivi esempi, quelli che cito sempre perché ottimo esempio di cosa non voglio essere: i fuffologi, quelli che usano espressioni incomprensibili e perditempo, i tuttologi che s’infilano dappertutto, quelli che collezionano follower e così via. Sì, di cattivi esempi è pieno il mondo. Per fortuna.

Non ho fatto nulla per promuovere il libro, dicevo. Se non raccontare di me, di quello che faccio (come per metà del libro, tra l’altro). Ma come ricordo sempre: parlo di me perché sono l’esempio che conosco meglio.


Quindi anche quando è uscito Due gradi e mezzo di separazione ho fatto quello che avrei fatto arrivando per la prima volta nella piazzetta del paese di cui parlavo anche qua. Certo che non avrei messo grossi cartelloni pubblicitari a coprire la facciata di un palazzo. Mi sono presentata e ho iniziato a fare amicizie interessanti (molte delle quali anche interessate a quello che avevo da dire).

Ora io questa cosa qua la ripeto domenica a Bookcity insieme a Paola Bonini, responsabile Social Media del Comune di Milano, Tomaso Greco, ricercatore, co-fondatore di Bookabook, Maria Grazia Mattei, ideatrice di Meet the Media Guru, Marco Zapparoli, co-editore di Marcos y Marcos e Laura Guglielmi, direttore di Mentelocale.

Ci vediamo alle 15 a Palazzo Reale, nella sala conferenze al 3° piano.
Accorrete numerosi che le platee vuote mi mettono tristezza.


Sì, sabato invece sono a Glocalnews:  alle 18.30 nel Salone Impero di Villa Panza, in piazza Litta insieme a Anna Prandoni, direttore de La cucina italiana e Marco Massarotto fondatore di Hagakure e de La Via del Sake. Ecco, lì parlerò di cultura, cibo e di come si raccontano online. E visto che pensavo di scrivere un altro post su questo ma temo che non riuscirò a farlo e che l’incontro Tra sensi e sensazioni: quando il cibo diventa cultura dà diritto a 2 crediti per la formazione giornalisti io me li guadagnerei rispondendo a un’annosa questione che affligge i giornalisti.

Quanto tempo serve per essere social?

La risposta, come potete immaginare, è tutta la giornata, perché non c’è più una delimitazione tra tempo online e offline (dalle notifiche in tasca grazie allo smartphone alla wearable technology) ma per iniziare basta provarci “nel tempo di un caffè”, condividendo passioni e interessi (e qui lo so che farò l’esempio della #colazioneacasapesce che racconta qualcosa in più di me e che è poi il modo in cui ho spiegato cosa è pubblico e cosa non lo è a Diamara che ha 5 anni e che fotografa anche lei la colazione, ma non noi in pigiama, per esempio.
Mi pare di avervi raccontato tutto. E sì, prima o poi riprenderò a mandare le newsletter.


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