* DI COSA PARLO QUANDO DICO SEMPRE LE STESSE COSE ::

Non serve che dica che sto parafrasando Carver, vero?

Se scrivi fatti leggere, l’importanza della riconoscibilità in Rete è uscito per Sperling & Kupfer nel 2015. Lavoravo ancora in Mondadori e stavo lì lì per finire l’MBA. Due gradi e mezzo di separazione era uscito l’anno prima. Non ho più scritto mai nulla di così lungo.

Per un po’ ho organizzato delle colazioni, al mattino presto (presto davvero: l’appuntamento era alle 7.30, ma alcuni alle 7.15 iniziavano ad arrivare già: come io ci riuscissi ancora non so).

A colazione parlavamo delle solite cose, quelle che interessano a me. Cosa che ora ho spostato nelle mie chiacchiere a pranzo.

Sempre le stesse cose diverse

A Gressoney, per il Premio Subito, ho parlato di alcune di queste cose. Dimenticandomi al solito qualche pezzo e aggiungendone altri.

Questi sono gli appunti che ho portato con me.

Che fine fanno le cose che non legge nessuno?
Che fine fanno i giornali vecchi?

Si dice spesso che ci si incartino le uova, eppure non è così frequente comprare uova sfuse. C’è chi ci fodera il bidone dell’umido e io, qualche giorno fa, ci ho incartato un regalo chiudendo poi il fiocchetto con la ceralacca.

Cosa leggiamo quando abbiamo poco tempo a disposizione?
Cosa attrae la nostra attenzione? 

Un titolo, una firma. O la prima pagina, certo.

Il filtro che gli editori hanno a disposizione per incanalare attenzione su un contenuto piuttosto che su un altro: metterlo in evidenza in prima pagina, per esempio: quella è una proposta di lettura.

Quante volte, invece, vi è capitato di cercare un’informazione online e arrivare così su un sito che rispondeva perfettamente a quella domanda? Vi siete chiesti se potevate fidarvi di ciò che leggevate?

E non rispondete no che invece dovreste chiedervelo sempre. Piuttosto quanto vi fidate del consiglio di un amico o di qualcuno che conoscete?

Sapevate già cosa cercare, le keyword in questo caso sono espressioni di conoscenza: sono a conoscenza di una notizia, la cerco online.

Qual è il filtro che ha sostituito quello degli editori nelle proposte di lettura? È il filtro sociale.

La Rete funziona così

Esserci è necessario per finire sugli scaffali intangibili da cui i lettori attingono ciò che vogliono leggere.

Sullo scaffale ci si arriva per rilevanza; oggi, infatti, non si tratta più solo di capire quale keyword usare quando si scrive: i contenuti non vanno più ottimizzati solo per i motori di ricerca e per la lettura distratta degli avventori, come noi, che sperano di trovare in un contenuto la risposta alla domanda posta a Google.

Oggi più che mai serve conquistare una propria audience, un pubblico personale, attento, curioso perché ognuno di noi è un media che produce e distribuisce contenuti, immagini e pensieri, che argomenta e diffonde notizie. 

Ed è online che s’intrecciano relazioni e si stringono amicizie: la fiducia cresce quando le notizie ci arrivano da persone fidate.

Sapere chi ha scritto una notizia, un commento, è importante non solo perché diventa una garanzia, in alcuni casi, ma perché sapere che c’è una firma crea più fiducia e quando ci si (af)fida si condivide più facilmente e allora i contenuti – anche se non memorabili – viaggiano più facilmente e quindi vengono letti da più persone. 

Io lo chiamo il poter del fanclub.
Nell’accezione negativa parliamo di bolle.

Vi leggo una cosa:

(…) La disintermediazione di cui molto si parla quando si racconta l’ambiente digitale è una ideologia costruita sulle possibilità tecniche date dalla costruzione di rapporti orizzontali più che di potere: io lettore posso avere una relazione diretta con il politico, con il giornalista, con l’esperto.

E in via teorica è così. Ma sappiamo che in pratica noi incontriamo contenuti online di politici, giornalisti ed esperti a partire da come vengono condivisi nelle nostre reti.

Alcuni nodi ci mettono in connessione con questi contenuti più di altri, li filtrano, li curano e li fanno circolare grazie alla loro autorevolezza.

Il modo in cui si costruisce una relazione fra autorevolezza della persona (che scrive, condivide, commenta eccetera) e dinamiche di valorizzazione connessa (quella che si produce attraverso il social tagging, il modo di funzionamento degli algoritmi eccetera) rappresenterà il vero nodo della questione del valore reputazionale di un’informazione online.

In breve: sono sempre più le persone a selezionare per le persone.

Non è mio.
È di Giovanni Boccia Artieri, professore ordinario di Sociologia dei media digitali e Internet Studies all’Università degli Studi di Urbino Carlo Bo. E questa cosa l’ha scritta per me, come prefazione al libro Se scrivi fatti leggere che è il motivo per cui sono qui. Per la fiducia, sempre (forse che avessi qualcosa di nuovo da dire e invece no, il libro è uscito nel 2015 ma io dico sempre le stesse cose perché ancora Internet viene considerato un mezzo, uno strumento e invece Internet è un luogo dove interagiamo con gli altri e le loro parole).

Siamo tutti responsabili della fiducia che coltiviamo, dicevo.
Siamo tutti potenzialmente sono editori perché scriviamo, per farci leggere (altrimenti avremmo continuato a usare il diario di carta e riempire cassetti e invece).

Ma a cosa serve scrivere se nessuno legge? Perché è questo il pericolo: tale è la sovrabbondanza di informazioni che possiamo trovare online che ogni nuovo contenuto potrebbe essere già stato scritto da altri, o meglio in luoghi (siti) più evidenti, più… trafficati.

Secondo uno studio che citavo nel libro l’84% di chi usa Internet nel mondo pubblica frammenti di notizie.

Come si sopravvive alla sovrabbondanza di contenuti?

Facendo selezione, imparando a schivare notizie poco interessanti mascherate da news imperdibili: secondo Blogmeter il 43% degli Italiani usa Internet non per scrivere ma per leggere contenuti di altri.

Quindi, di nuovo: come si sopravvive alla sovrabbondanza di contenuti? Facendo selezione delle fonti da seguire, perché l’accesso illimitato a sempre nuove fonti d’informazione e intrattenimento ha definito un nuovo obiettivo: risparmiare tempo. E ciò ci ha fatto entrare nell’era dell’attention web.

Più tempo gli altri mi dedicano leggendo, commentando o condividendo ciò che scrivo, più aumenterà la mia popolarità e con essa la fiducia che altri avranno delle notizie che veicolo.

In che modo, quindi, a parità di condizioni (esistenza di una notizia e qualità della scrittura stessa) è possibile che un contenuto possa risultare più interessante di un altro? La fiducia, l’ho già detto.

Io ogni giovedì mando una newsletter. Quella di questa settimana mi è scappata via con l’oggetto bozza. Al posto di scrivere una frase che raccontasse un contenuto della settimana ci ho lasciato la scritta bozza che era un’indicazione per me. 

A leggermi sono persone che mi seguono in Rete, qua e là, allora ho scritto su Twitter e Instagram che mi ero sbagliata. La gente ha aperto la newsletter come sempre. Più di sempre. Tante e tanti mi hanno risposto che pensavano fosse voluto. 

La fiducia. Questa cosa qui. 

La moneta con cui chi mi legge mi ripaga della fatica, dell’impegno.
Tempo dicevo prima: la fiducia che hanno in me le persone che mi dedicano tempo.
E questo è tutto quello che avevo da dire sul tema di come scrivere per farsi leggere. Non tradire mai quella fiducia e ammettere i propri errori.

 

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