* È ESTATE, PERCHÉ CONTINUO A STUDIARE? ::

La prima risposta, sì, è perché ho pagato. È vero.
Poi, però, prima di scrivere il mio secondo post sul Financial Times ho pensato allo sforzo che mi ci è voluto per tornare a studiare. E, adesso, a preparare l’ultimo esame del primo anno di MBA.

summertimeQuando andavo a scuola con l’arrivo dell’estate il mio primo pensiero era di che colore avrei scelto il mio prossimo bikini.

Quest’anno ho pagato per trascorrere parte della mia estate a studiare. Che cosa è cambiato? Studiare è una necessità, mentre io sto cercando di soddisfare un desiderio diverso: imparare.

E le tante cose che imparo ogni giorno per lavoro e non, leggendo anche tanto, non sono sufficienti a soddisfarlo.

Il lifelong learning dovrebbe essere un obiettivo per tutti: stiamo vivendo nella società della conoscenza e se vogliamo capire le cose che cambiano abbiamo prima bisogno di imparare, di acquisire strumenti di analisi utili a capire cosa cambia e come. E per farlo è necessario preservare la capacità di imparare.

La parte più difficile di quello che in Bocconi chiamano il back to school è proprio riprendere l’abitudine quotidiana allo studio. Per questo dico che l’opzione migliore sarebbe quella di non smettere mai di studiare.

È possibile, dopo esserci fermati per anni, ripartire con il massimo impegno? Non lo so, allora ho chiesto ad alcuni dei miei compagni di classe: qualcuno ha ripreso gli studi dopo una pausa di 10 anni, altri anche 20, ma tutti noi abbiamo una forte motivazione e il lavoro di squadra è fondamentale anche per darsi la spinta l’uno con gli altri.

Quando sono stanca mi fermo a pensare a quello che fanno gli altri: Chiara ha avuto un bambino durante i primi mesi dell’MBA (non mi dite mai, mai più che la maternità è un ostacolo), Riccardo ha cambiato lavoro pochi mesi fa e tanti dei miei compagni di classe fanno i pendolari dalla Svizzera, da Torino, da città diverse della Lombardia, per seguire le lezioni.

È difficile, ma credo che continuando a studiare durante l’estate sarà meno dura a settembre, per il secondo (e ultimo) anno di master. O almeno spero.

 

* LA GENTE È SCEMA ::

La gente è scema, o legge su Internet troppo distrattamente. Non lo so.

Steven Spielberg ha ucciso un dinosauro.

Neppure su Lercio si trovano notizie così belle. Questa ha fatto il giro dei giornali (e delle timeline) di tutto il mondo*. Ma c’è dell’incredibile nei commenti. Mai sottovalutare i commenti.

Steven Spielberg e il dinosauro

Non c’è da meravigliarsi se i dinosauri si stiano estinguendo: se appena ne scopriamo uno, lo uccidiamo, è ovvio che finisca così.

A volerli leggere tutti ora sono oltre 6000 più quelli sotto le 34mila condivisioni del post di Jay Branscomb che ha poi aggiunto:

Looks like I finally won the Internet.
(this week)

La gente mi stupisce sempre. Come quelli che scrivono all’Osservatorio QR code – inventato da Gianluca Diegoli e Claudia Vago – credendolo vero perché patrocinato dall’Università dell’Alta Lunigiana (inventata).

Sono giorni che – per motivi diversi – continuo a chiedermi:

 

* COS’È (IL VALORE DI) UN CASE STUDY? ::

Iniziamo con una premessa: case history significa cartella medica e non caso di successo, in quel caso si usa success story e quando si parla di un avvenimento da citare, o meglio da studiare, la terminologia corretta è: case study.

Altrimenti parliamo in italiano.

Detto questo, davvero appena succede qualcosa online – una cosa qualsiasi – diventa un case study?
Di cosa parliamo se un community manager risponde in tempo (è il suo lavoro), se un’hashtag viene usata da più dei quattro amici nostri senza andare in vacca (come #guerrieri, per esempio), se una newsletter viene aperta o se un’azienda capisce come usare un nuovo formato adv di Facebook o Twitter?

Di cosa parliamo se entrare nel libro italiano sulle case history (?!) è costato alle aziende citate tra 500 e 1500 euro in base al numero di casi (uno o due) pubblicati e il numero di copie richieste (10 o 50)?

Di cosa parliamo se non ci possiamo fidare neppure degli esempi citati in un libro? Ovviamente delle frasi urlate come case study sui blog non ci fidavamo già.

Non è un caso di successo. È successo un caso.

La maggior parte delle volte è così come ha detto Paolo Iabichino. Di casi di real time marketing da citare ne abbiamo un po’ tutti. Questo per esempio è il mio:

Brava Marta che fa l’ufficio stampa, così voi tutti social media manager vi rasserenate: non vi siete inventati nulla.

Basta essere in Rete e vedere cosa succede per capirla meglio. E anche… per prenderci un po’ meno sul serio.

Per approfondire:
- Accattonaggio digitale, di Giovanni Boccia Artieri (che parla di RT come beni digitali)
- Campioncini (un tumblr che archivia le richieste di beni in regalo che arrivano alle aziende con un ecommerce).

 

* UN LIBRO PER L’ESTATE ::

La vita di un libro è molto breve. Io il mio l’ho scritto l’estate scorsa, è uscito a febbraio e l’ultima pagina di rassegna stampa è della settimana scorsa.

Quasi ogni giorno, però, mi arrivano i messaggi di chi lo sta leggendo e io continuo a essere felice di averlo scritto. 

Quindi qui è dove vi racconto che, mentre voi continuate a leggerlo in giardino, sul terrazzo, sotto all’ombrellone, io sto per scriverne un altro. Uno breve, però, che uscirà solo in ebook.

Non è vero che di occasioni non ce ne saranno altre.

Nel frattempo colleziono foto di librerie: mi piace vedere che fine fa(rà) Due gradi e mezzo di separazione.

 

* DI TWITTER, RICONOSCIBILITÀ E… OPINIONI PERSONALI ::

Se il giornalista o il manager twittano dal loro account personale qualcosa di sconveniente o offensivo il disclaimer può essere una cautela per evitare che il messaggio possa essere ricondotto direttamente all’azienda o che si possa pensare che ci sia una qualche approvazione, ma non servono né a evitare un danno all’immagine aziendale né a evitare il licenziamento. A dirlo è l’avvocato Ernesto Belisario con cui ho fatto una chiacchierata parlando di social media policy prima ancora del caso Gasparri.

Una cosa che non è passata inosservata.

Neppure all’estero, ecco.

E, oggi, succede di nuovo, con Danilo Leonardi, produttore esecutivo di Rai 3, ovvero, uno che firma (nei titoli di coda) diversi programmi della rete e… tweet omofobi.  

Giusto per citare il tweet più sereno tra i tanti offensivi che ha scritto finora.

Cosa succede in questi casi?
Il direttore di Rai 3 ha preso le distanze.

Ma ve lo ricordate il caso di Justine Sacco?

E in Italia?

Al vicepresidente del Senato della Repubblica (eggià) Maurizio Gasparri è stato istituzionalmente fatto presente?
E, per Leonardi, la Rai sta prendendo provvedimenti? 


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