* LA PAUSA PRANZO CON IL PESSIMO CAPO ::

Alieni, catastrofi naturali, guerre, inquinamento: i protagonisti, dopo essere sopravvissuti, devono sempre ricostruire un mondo migliore. Nei film post apocalittici la catastrofe è la metafora della necessità di cambiare abitudini che serve a farci dire: potevamo pensarci prima. Fermarci prima. Fare qualcosa di diverso. Prima.

Ma prima era difficile: presi ognuno dalle nostre corse personali, è dura perfino immaginare un modo diverso per fare le cose così da esercitare un minor impatto negativo sull’ecosistema, figuriamoci far sì che tutti si convincano della bontà del nuovo approccio. Serve sempre un segnale, qualcuno che se ne accorga in anticipo sugli altri.


Da quando è uscito il libro hanno iniziato a seguirmi tante persone che lavorano nelle HR (no non è aumentato il numero dei CEO che hanno iniziato a seguirmi, le HR sì).

Sei alla guida di un’azienda o lavori nelle HR?

Pensavi che – dopo aver riorganizzato il lavoro di tutti per far fronte all’emergenza, proposto o già implementato modelli basati sulla produttività, partecipato a tavoli di lavoro sindacali, di settore, di categoria – il 2022 sarebbe stato un anno più sereno e invece stanno arrivando altri problemi: le dimissioni, le nuove difficili assunzioni da fare se si propone un lavoro diverso dal lavoro da remoto…

Ecco il mio regalo di Natale: prenota una mia pausa pranzo, mi siedo alla tua scrivania per capire con te se hai un capo in crisi e possiamo fare qualcosa (posso anche parlarci con il tuo pessimo capo): vengo con la scorta delle mie solite cose: audit, metodo, misurazione dei risultati.
Facciamo 4 chiacchiere prendendo il caffè. Poi torni a dirmi come va.

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SCRIVIMI PER PRENOTARE LA MIA PAUSA PRANZO

 Ti scrivo una mail all’indirizzo che mi hai lasciato e ci sentiamo presto.
Domitilla Ferrari 
Per saperne di più:

Il pessimo capo. Manuale di resistenza per un lavoro non abbastanza smart (Longanesi)

Ufficio e non solo, la rubrica del lunedì su Domani.


 La foto della pausa pranzo è di Myriam Sabolla, la mia di Marco De Bernardi.

* PRONTI A PAGARE PER LA QUALITÀ A CUI NON SIAMO PIÙ ABITUATI? ::

L’unico modo per iniziare a cambiare le cose è vederle. Per questo la settimana scorsa dicevo che è importante (imparare a) parlare di soldi. Ma è importate parlare pure della qualità che quei soldi ci permettono di avere. Sul lavoro. Ma anche nel nostro tempo libero, quando mangiamo al ristorante, per dirne una.
Alessandro Borghese, in un’intervista del Corriere della Sera sul suo lavoro come ristoratore, ha detto: «Bisogna essere datori di lavoro seri, dare prospettive. Se vogliamo che questo settore sia centrale per l’Italia è l’unica strada. Senza personale qualificato non andiamo da nessuna parte, se si trovano male i clienti non tornano».
Vale per ogni cosa.

La spirale verso il basso

Anni fa, parlando di lavoro, un amico mi spiegava come succedeva che gusti e interessi si stessero appiattendo: siamo così tanto abituati al brutto che non ci stupiamo che il brutto chiami il brutto, in una spirale verso il basso temo senza fine. Non si può sempre guardare al risparmio immediato. Gli investimenti costano, anche tempo. Ma che si guardi solo come tagliare i costi, senza pensare al futuro, succede da sempre e dappertutto. E ora di più. (altro…)

* E TU QUANTO GUADAGNI? ::

C’è un grande tabù a parlare di compensi. «Quanto guadagni?» è una domanda molto personale (quanto fare domande su peso ed età), ma il punto è un altro. Quando ci viene chiesto, quello che molti di noi sentono veramente è: «Qual è il tuo valore come persona?». In effetti parlare di soldi è sempre complicato, spesso è legato a sentimenti di vergogna o imbarazzo, sia che si parli di successo che di fallimento. Quindi no che non dovrebbe essere un metro per l’autostima, ma serve parlarne perché il segreto salariale ha delle conseguenze dirette sulla mancanza di trasparenza e sulla disuguaglianza retributiva che – indovina un po’? – colpisce in maniera sproporzionata donne e minoranze. Da qui l’invito a discutere apertamente di stipendi tra colleghi. Certo che capita di essere scoraggiati a farlo, in sede di trattative varie come quelle su premi, bonus e aumenti, ma non è vietato. Ospite di Domani da tre settimane ho già ricevuto un po’ di lettere. Ci sono lamentele e sfoghi. Ci sono abituata: il libro Il pessimo capo (Longanesi) è nato così, ho ascoltato storie, lamentele, sfoghi. Poi il 13 ottobre è stata approvata dalla Camera all’unanimità – incredibile vero? – una proposta di legge sulla parità salariale tra i generi, che andrà a integrare il Codice delle pari opportunità del 2006. Deve ancora passare al Senato [EDIT: la legge è stata approvata il 26 ottobre 2021].
Potremmo non parlarne, se non fosse che parlarne serve: tra le altre cose la proposta aggiunge tra le discriminazioni indirette (quei comportamenti che sono neutri solo apparentemente) «la modifica delle condizioni e dei tempi di lavoro che sfavoriscono in ragione del sesso e delle esigenze familiari». Penso ci sia un solo modo per iniziare a cambiare le cose: notarle.

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* QUANTO COSTA FARMI PERDERE TEMPO? ::

Facciamo due conti: quanto costa farmi perdere tempo?

Secondo la graduatoria retributiva dei 36 paesi membri fornita dall’OCSE, l’Italia è al 22° posto in classifica, con una retribuzione annua lorda media di circa 32000 euro.

Circa, di nuovo, 1700 euro netti al mese. È quella che in tutti i master spiegano con il termine tecnico di «media del pollo», ovvero: io sono vegetariana, ma secondo gli ultimi dati di Coldiretti, quest’anno ho mangiato 21,56 chili di pollo anche io. Quindi userò la media di 1700 euro per calcolare quanto costa il mio tempo, come il tuo. Sì, nelle ultime settimane è tornato il tema del salario minimo, ovvero la garanzia che non si possa scendere sotto una certa soglia minima di retribuzione. Questo perché 1700 euro mica li prendiamo tutti per davvero. Il pollo, dicevo. Ma andiamo avanti con l’esempio: secondo questi calcoli stiamo guadagnando tutti 10 euro nette all’ora. Circa. E costiamo all’azienda almeno il doppio.

Ho iniziato a lavorare in tempi in cui aprivo il pc, andavo a prendere il caffè e tornavo al mio posto in tempo per vederlo accendersi. Quanto tempo ci mettevo a andare e tornare dalla macchinetta del caffè, chiacchiere comprese? Facciamo 10 minuti. Oggi non è così. Forse.

Vediamo cos’è successo nelle aziende nella fretta di trovare una soluzione per implementare lo smart working: molti uffici hanno dovuto comprare nuovi pc portatili per permettere a tutti di lavorare da casa.

«Il mio pc di lavoro è lento. Anche il Wi-Fi è lento, ma solo su questo computer. Non capisco perché…»

Dicevo lunedì scorso che mi sarei seduta accanto alla tua scrivania, ricordi?

Eccomi qua a controllare perché non va il tuo pc. Guardiamo dei numeri anche qui? La RAM è di 4GB. Per capirci: con questa condizione di partenza già aprire più programmi contemporaneamente può rallentare di molto il lavoro. E chi di noi apre un solo programma alla volta? Da un po’ sono la matrigna di una gamer undicenne. Nina gioca a Minecraft e il suo pc ha 16GB di RAM.

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* SIAMO TUTTI PESSIMI CLIENTI, PESSIMI CAPI O PESSIMI DIPENDENTI? PARLIAMONE ::

Si dice che il modo in cui ci raccontiamo definisce il modo in cui ci vedono gli altri. Vale anche per il lavoro. No, non sto dicendo che se dico di essere una persona geniale o innovatrice ci crederanno. No. E non ti sto suggerendo di farlo. Ma converrai che la narrazione è oggi alla base di successi, fallimenti, passaggi repentini sulle pagine della cronaca e altrettante veloci fughe nel dimenticatoio.

Come raccontiamo il mondo del lavoro?

Vecchio, da svecchiare, maschile. Alcune di queste affermazioni sono vere fuor di dubbio. Anni fa si diceva anche che un uomo sposato era più affidabile e faceva carriera più velocemente, perché «ha messo la testa a posto» e poi si sa, in casa gli uomini non fanno niente, quindi anche metter su famiglia è faticoso soltanto per le donne, che infatti non fanno carriera per lo stesso motivo e sicuramente non vengono considerate più affidabili perché hanno bambini, anzi. C’è bisogno di dirlo? I tempi sono cambiati, certo, ma l’età media dei manager in Italia è di 50,2 anni (rispetto alla media dei manager europei che è di 45,2 anni, secondo i dati elaborati da Manageritalia), quindi sì, quei capi, uomini, la pensano ancora così. Io l’ho sentito dire pochi anni fa. Sono andata a controllare: 6 anni fa, non di più. Ricordo il collega coi confetti e il nostro capo. Non uno dei peggiori che io abbia avuto, ma sicuramente uno che aveva imparato a essere così dal suo capo, e dal capo del suo capo. Tutti maschi una casellina dietro l’altra dell’organigramma, per anni.

Pessimi capi su Domani

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