* L’EFFETTO FERRAGNI IN COMUNICAZIONE ::

Non è vero che tutto quello che Chiara Ferragni tocca diventa oro. E vero che è facile trovare raccontata così la notizia che tutte le aziende in cui lei viene coinvolta poi crescono in borsa. Ma vediamo la notizia da un altro punto di vista: ogni volta che un ufficio comunicazione sa che dovrà pompare l’annuncio di successi o obiettivi di fatturato raggiunti può comprare — insieme al marketing — un’operazione più notiziabile: una collaborazione con la nota imprenditrice digitale italiana. Tod’s, Aeffe, Monnalisa, Hublot, ora Safilo si sono affidate — creando incarichi e collaborazioni diverse — non a una delle 100 influencer più note al mondo, ma al brand Chiara Ferragni, un marchio forte, notiziabile, che genera attenzione cross generazionale rafforzando la percezione del marchio cliente. Perché Chiara Ferragni è un’azienda che fornisce ai clienti con cui collabora la certezza della notiziabilità.

Quanto è difficile parlare di numeri di crescita in questo momento storico? Quanto, invece, ci va di associare notizie leggere anche alla crescita economica, come se questa non fosse il frutto di tutta una serie di operazioni, comunicazione compresa? Influenzare il mercato, generando ottimismo. Spaventare i competitor e attrarre investimenti. Funziona, ma solo sul breve periodo. Bruciati gli entusiasmi dell’ingresso di Chiara Ferra gni nel CdA di Tod’s l’azienda di Della Valle dopo il picco ha rallentato, e lo stesso Monnalisa e Hublot, gli orologi del gruppo Lvmh.

Che il fumo negli occhi non funziona io l’ho imparato da un mio pessimo capo che chiedeva di comunicare la notizia dell’incredibile crescita di fatturato sempre prima della chiusura dei budget delle aziende: in questo modo il cliente indeciso poteva sfruttare la comunicazione di popolarità per giustificare a sua volta, al suo capo, un investimento nuovo o maggiore da fare con un fornitore credibile perché in crescita.

PER SAPERNE DI PIÙ: ll pessimo capo. Manuale di resistenza per un lavoro non abbastanza smart (Longanesi).

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* NON SONO RAFFAELLA CARRÀ ::

⚠️ è un post autoreferenziale, il più autoreferenziale – credo – di quelli scritti fin qui.

Non sono una influencer, a me pare chiaro, ma dopo averlo detto qui ora sono giorni che penso a cosa avrei dovuto rispondere: mi hanno chiesto se sono quella dei due gradi e mezzo di separazione e ho detto sì.

Sono quella che crede che il mondo sia piccolo e le connessioni un dono, sì. Ma non sono Raffaella Carrà.
Fossi stata in lei a me neppure sarebbe piaciuto esaudire i desideri della gente. Non ho la bacchetta magica. Non la vorrei.

Non metto in contatto le persone di mestiere, né faccio le pr.

Per questo mi riesce bene mettere in contatto le persone e fare le pr. (altro…)

* POTEVI FARLO ANCHE TU? ::

Quando non so una cosa dico che non la so. Magari però so a chi chiedere.
E tu quando non sai qualcosa che fai?

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La psicoterapia è sottovalutata, capitolo n: «Naomi Osaka, una tennista che è in questo momento al numero 2 del mondo, ha deciso di ritirarsi dal Roland Garros perché la sua salute mentale non è buona e per questo ha deciso di prendersi del tempo per affrontare il problema. (…) Il fatto che la salute mentale sia considerato un non-problema, un elemento che si porta dietro lo stigma sociale; il fatto che non si riesce a uscire dallo stereotipo “hai problemi di salute mentale = sei pazza” (stereotipo ancora più forte quando si tratta di una donna) non è un problema di Osaka ma di chi la giudica». Lo ha scritto Dino Amenduni in un post lungo che ti consiglio di leggere.

Ne sai poco? Chiedi a chi ne sa. Per davvero.

In questo thread una psicologa racconta che tutte e tutti, o quasi tutte e tutti, quando lei dice che lavoro fa rispondono che avrebbero voluto (o potuto) farlo anche loro. Certo. Come no: mi sono laureata in psicologia. Non faccio la psicologa. Ho fatto la centralinista, la guardarobiera, la barista, poi ho fatto tanti esami di marketing quanti corsi di cucina. Li ho contati.

E ora torniamo alle solite cose ché poi devo cucinare ché improvvisamente ho una famiglia numerosa.

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* CIAO CIAO VANITY NUMBER ::

«Una delle metriche più critiche del marketing è il tasso di abbandono dei clienti, ossia la percentuale di clienti che periodicamente smette di utilizzare il servizio/prodotto dell’azienda» scrive Vincenzo Cosenza in Marketing Aumentato. Guida ai nuovi scenari del martech (Apogeo 2021).

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Una percentuale non facile da prevedere e frutto dell’interazione di tanti fattori, tra cui l’ingresso sul mercato di un nuovo prodotto o della ritrovata attenzione verso qualcosa che avevamo pensato non ne avrebbe raccolta più. Come le newsletter di cui parlo in questo post sul blog di MailUp.

Per saperne di più.

  • Sono io che vado verso le informazioni o sono le informazioni ad arrivare a me? Per capire come le newsletter stanno cambiando l’editoria (o come l’editoria si sta adeguando) ho intervistato Giuseppe De Filippi, Marina D’Incerti, Gianluca Di Tommaso e Claudio Cammarano. Per MailUp.

[ph. by Solen Feyissa on Unsplash]

 

* LA CSR SPIEGATA DA CHIARA FERRAGNI ::

Se per i media Chiara Ferragni è considerata ancora una influencer, l’impatto che ha avuto l’annuncio del suo ingresso nel Consiglio di Amministrazione di Tod’s sul titolo in Borsa ribalta decisamente il punto di vista: la più nota imprenditrice digitale al mondo ha scelto di entrare nel CDA di un brand italiano per portare il suo punto di vista in azienda su temi che le sono cari, come l’impatto ambientale e la responsabilità sociale.

Vi ricordate l’eco che aveva avuto quando aveva speso il suo volto raccontando la visita agli Uffizi? I dati che erano stati pubblicati parlavano del 27% di giovani in più dando ragione al direttore del complesso museale Eike Schmidt che aveva avuto l’idea.

Tra i manifestanti durante la manifestazione milanese di solidarietà al movimento Black Lives Matter c’era anche lei col marito, tornati da un weekend al lago proprio per esserci, fare numero, insieme, forti del fatto che comunque coperti da mascherina, felpa e berretti non sarebbero stati riconosciuti. Insieme a loro c’erano tantissimi altri personaggi del mondo dello spettacolo e della cultura.

Oggi serve tutti fare la propria parte, come dice lo zio di Peter Parker: «Da un grande potere derivano grandi responsabilità»

E il potere di Chiara Ferragni è un capitale sociale che non conta solo i 23 milioni di follower su Instagram perché quello è solo uno dei numeri pubblici che guardiamo, pensiamo alle visite sul suo blog, l’interesse verso le dirette, non solo su Instagram. Ma è proprio lì che insieme a Fedez a ottobre ha invitato i giovani a indossare la mascherina su richiesta dell’ex primo ministro Conte, da lì si è espressa sul caso della riduzione di pena da parte della Corte d’Appello di Milano nei confronti di uno stupratore dicendo di essere senza parole. Ogni volta studia, fa propri messaggi e concetti e li condivide. Non ha bisogno di andare in televisione per animare il dibattito pubblico: ha persino parlato del suo percorso terapeutico su Instagram per abbattere lo stigma del ricorso alla psicoterapia. Grazie al successo della raccolta fondi che ha permesso di realizzare una terapia intensiva nuova all’ospedale San Raffaele Chiara Ferragni e Fedez sono stati premiati con l’Ambrogino d’oro, la massima onorificenza concessa dal Comune di Milano a chi ha dato lustro alla città.

La scelta di sensibilizzare l’opinione pubblica su tematiche diverse è una delle cose che l’ha portata nel Consiglio di Amministrazione di Tod’s. In un mondo dove gli obiettivi dell’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile sottoscritta a settembre 2015 dai governi dei 193 Paesi membri dell’ONU (sì anche dall’Italia) vengono adottati dalle aziende – quotate e non – perché ognuna faccia la propria parte perseguendo uno scopo non solo economico, ma appunto anche sociale, Tod’s ha – come direbbe mia nonna – preso due piccioni con una fava: Chiara Ferragni si occuperà di sviluppare progetti di impegno sociale, dalla solidarietà verso il prossimo alla sostenibilità nel rispetto dell’ambiente e – insieme – sviluppare un dialogo con le  giovani generazioni che forse non sono proprio il target primario del brand.

L’unico pericolo è il woke washing ovvero che si tratti di un’operazione di comunicazione fortissima, ma ancora vuota.

Ma Chiara Ferragni rischierebbe mai la sua faccia, la sua monetizzabile reputazione, così?

Penso proprio di di no.

 


Quest’articolo è uscito sabato 10 aprile su La Stampa con il titolo Chiara regina di borsa.

Nel 2015 quando il blog The Blonde Salad era diventato un case study del corso Luxury Marketing alla Harvard Business School avevo scritto: Si può essere bravi in Italia? Il caso Chiara Ferragni, mentre nel 2017 ero stata intervistata da Michele Boroni su Il Messaggero sul rapporto tra Chiara Ferragni e i media. Questo per dire che dico sempre le stesse cose.

 

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