* COME VE LO DICO GRAZIE? ::

Parto col riassunto: ispirata tre anni fa da un’idea di Mrs Moneypenny ho iniziato a pensare di voler organizzare degli incontri, poco formali, per scambiare – nel tempo di un caffè – idee e conoscenze, mettendo a disposizione degli altri le proprie competenze.

Poi due anni fa ho scritto Due gradi e mezzo di separazione e l’anno scorso mi ha portato così tanto in giro da non avere tempo per trasformare l’idea in un appuntamento ricorrente.
Ho continuato a pensarci parlandone a amici e amiche. L’idea con loro ha continuato a crescere. E qui è anche dove ringrazio tutti per spunti, consigli e tempo.

Per poter partire serviva la location giusta: grazie Mariachiara Montera per averla trovata e aver organizzato tutto (anche tutte le cose in più che mi venivano in mente via via) e grazie al nhow Milano (ché le cose belle vanno fatte nei posti belli). E grazie Arianna Chieli (anche per avermi detto che sono un prodotto vendibile, mi è piaciuto).

Quando ho pensato al tipo di invito che volevo far arrivare ai miei ospiti una mattina (a colazione, ovviamente) ho incontrato Roberta Ragona, che ci ha lavorato su facendo un lavoro bellissimo (e che oggi sta portando a Bologna Children’s Book Fair).

But first, coffee. (natura morta con pagina di portfolio, tazzina di caffé e illustrazione per la Colazione +1 di #duegradiemezzo)

Una foto pubblicata da Roberta Ragona (@tostoini) in data:

La stessa grafica è sul sito – duegradiemezzo.com – che racconterà tutto questo e che deve la vita al lavoro di Lorenzo Barbarossa (un giorno racconto la mia prima mail a Personalità Confusa di cui Lorenzo è l’autore).

Poi ho pensato a come far arrivare a tutti l’idea che è fare rete è possibile, anche senza aver troppo tempo, basta la volontà (e puntare – almeno ogni tanto – la sveglia un po’ prima). E allora ho pensato anche all’ufficio stampa: grazie Silvia Conti.

Nel frattempo gli inviti sono partiti. E poi mi è venuta l’idea di far prendere appunti a Sara Seravalle che trasforma con Sketchapensieri le parole in disegni e collegamenti che fermano le idee.

cose di #duegradiemezzo: gli appunti di @saraseravalle del discorso di @silviazanella alla COLAZIONE +1 Una foto pubblicata da Domitilla Ferrari (@domitillaferrari) in data:

Questo è il riassunto che Sara ha fatto dell’intervento di Silvia Zanella a cui ho chiesto di raccontare il suo punto di vista sui cambiamenti necessari nel mondo del lavoro.
Già, e come ringrazio Silvia che è venuta a far colazione con noi, alle 7, col pancione?

Sì la colazione inizia alle 7.30 e nessuno è arrivato troppo tardi, tanti anche in anticipo.

Quindi:


* INSTAGRAM E TU ::

Se ti piace raccontare le cose che sai e quelle che fai smettila di scriverlo in ogni dove e prova a mostrarle.

«Ma io non so fare le foto». E allora impara. Se hai uno smartphone (ce l’hai, vero?) inizia a guardare cosa fanno quelli bravi. Rocco Rossitto ha raccolto per GQ 30 account – sotto i 10mila follower – da seguire su Instagram, inizia da lì.
E poi non perdere l’Instameet, il 21 e 22 marzo a Milano.

Una foto pubblicata da Modalitademode (@modalitademode) in data:

Cos’è Instagram?

Non c’è nulla di più facile da condividere di una foto, meglio se bella.
Deve a questo il suo successo Instagram, l’app gratuita per iOS, Android e Windows Phone 8, che permette di scattare foto e pubblicarle.
di @Panna975Su questa piattaforma le foto sono quadrate come le vecchie istantanee Polaroid, e vengono rese più belle applicando filtri vintage, luce e la possibilità di sfocare alcune parti per creare effetti di profondità.
Le cornici, che in un primo momento erano un tratto distintivo dell’app, ora sono sempre meno usate.
Instagram è visibile anche dal Web (con la possibilità di commentare e mettere like, ma non di caricare foto o usare i filtri) e grazie alla possibilità di caricare anche video Instagram è diventata una piattaforma completa per condividere storie tramite immagini, che siano statiche o in movimento.

personal brandingAnche su Instagram si usano gli hashtag per navigare tra foto di gatti, colazioni, paesaggi, acconciature, città d’arte e così via, vivendo storie che altre persone raccontano scatto dopo scatto.

Anche con Instagram si condivide un pezzo di sé e si entra in contatto con altri che hanno gli stessi nostri interessi (e li fotografano). Può servire a raccontare passioni e capacità, ma anche a scoprire posti nuovi. Chi usa Instagram vede ciò che avviene nel mondo, in posti lontani dal suo, senza che nessuna barriera linguistica possa essere di ostacolo.

Tranne che nella shortbio: lo spazio in cui puoi raccontare un po’ di te e aggiungere un link.

 

 – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – -

Una parte di questo post è presa dalla scheda di approfondimento su Instagram di Due gradi e mezzo di separazione. Come il networking facilita la circolazione delle idee (e fa girare l’economia), Sperling & Kupfer scritta con la collaborazione di Rocco Rossitto.
Un altro pezzo tratto dal libro lo avevo pubblicato tempo fa:

11 consigli per scegliere la fotoprofilo.

 

* PENSARE IN DIGITALE ::

La campagna pubblicitaria che usa testimonial finti, ma dando loro un’esistenza online – sbagliando come nel caso di @maria e @sven usati a loro insaputa nei manifesti della Croazia o addirittura inventandoseli come nel caso di Erica e Lorenzo in quelli di Enel – è solo il primo esempio che mi viene in mente per spiegare come poco contatto con la realtà (contemporanea) possa far danni.

Chi ha valutato quelle proposte non ha pensato in digitale, considerando Internet una cosa a parte, una realtà… virtuale o una possibilità o, per farla breve, un’etichetta, un’hashtag o una chiocciolina senza importanza.

Internet non è una possibilità, non è virtuale, non è altro dalle nostre vite: Internet ha raggiunto l’84,6% della popolazione italiana tra gli 11 e i 74 anni. Tanta gente che online cerca notizie e informazioni, che ha la possibilità di verificarle.

Ma non succede solo nella pubblicità: ogni giorno partono progetti al lancio dei quali si decide cosa fare sui social media, immaginando quindi i social media un canale, come un tempo lo erano i giornali a cui spedire il comunicato stampa. E invece i social media sono un pezzo del tutto, spesso progetto compreso, che lo si voglia o no.

Sarebbe bello se per tutti Internet fosse una cosa scontata, ma (ancora) non lo è. Lo scopro quando parlo con i giornalisti ai corsi di formazione e con manager di aziende piccole, grandi, multinazionali. Internet è ancora considerato un posto altro.

È per questo che alla Social Media Week parlerò, insieme a Martina Pennisi, Enzo Baglieri, Silvia Parma e Dino Amenduni del ruolo nel cambiamento che ha la conoscenza non solo di un linguaggio, ormai molto diffuso, ma di comportamenti e modi di interagire, più veloci sicuramente, ma anche in grado di creare connessioni e idee nuove.

Perché l’innovazione dipende anche da come i manager (di oggi) comunicano ciò che fanno e da come capiscono e traducono cosa succede fuori.

SMWMilan

Ci vediamo lì, o in streaming. Insieme a #SMWmilan userò anche #pensareindigitale e magari continuiamo a parlarne anche dopo.

UPDATE:

– il riassunto di About Lab

– il riassunto di Marco Santini, Il valore del digitale, lontano dalle piattaforme
– il riassunto di Fiorella Madè, Social Media Week di Milano
- il riassunto di Anna da Re, Cosa ho scoperto e imparato alla Social Media Week

 

E poi, un po’ di numeri dove io faccio la parte di quella tra i più retwettati e più citati durante la SMW. Grazie.

 

* COME FA A FARE TUTTO CHIARA? ::

Ho festeggiato l’elezione di Marta come rappresentante di classe, ma di solito non parlo molto spesso di quote rosa o diversity. Però non posso non notare, come tutti, quanto poco siano rappresentate le donne – rispetto a quanto se ne parla – nelle posizioni decisionali. Nel settore pubblico, come in quello privato.

Di solito però do la colpa alle donne. Perché è più facile dire che non c’è spazio che provarci (avevo parlato di quote rosa su La Stampa, un anno fa).

È per questo che parlarvi di Chiara secondo me potrebbe chiarire qualche dubbio su come le donne possono fare la loro parte per cambiare le cose senza aspettare che siano gli uomini a far loro spazio.

L’Executive MBA che sto frequentando è quello serale. Andiamo a lezione tre sere alla settimana, più due sabato al mese. Uno dei due è quello in cui facciamo un esame.
Mi diverto quando qualcuno mi chiede come faccio io a fare tutto perché posso rispondere che ci riesco solo grazie a Maurizio, mio marito.

Quando ho fatto il colloquio di ammissione mi sono stupita di una sola domanda:

suo marito è d’accordo?

Certo che lo è.
Poi ho scoperto non essere stata la sola a stupirmene, ma poi ho capito anche perché: l’impegno che questo corso di studi prevede non si affronta da soli.

Sì la domanda è stata fatta sia ai miei compagni che alle mie compagne di classe, senza distinzione. Le donne nella mia classe sono 8, gli uomini 40. Perché le donne non sono di più? Sì, è un percorso che richiede impegno, ma per tutti. Cosa c’entra il genere?

Chiara ha fatto il test di ammissione a maggio, lo ha superato e ha formalizzato l’iscrizione.
Un bell’impegno. Non solo economico.
A luglio ha scoperto di essere incinta. Le lezioni sono iniziate a settembre.

Michele è nato a febbraio. Chiara è stata via solo tre settimane, di cui due le ha passate in ospedale perché Michele è nato prematuro. Ha saltato solo un esame che ha recuperato il mese successivo.
A settembre è tornata anche in ufficio.

Ora, chiedetele: come fa a fare tutto?

Ecco, io questa cosa qui l’ho scritta anche sul Financial Times, più o meno. Ma lì ho dovuto aggiungere un pezzo. Mi hanno chiesto di spiegare come mai pensassi che Chiara fosse un buon esempio.

Non lo capivano.
Allora ho aggiunto che qui, in Italia, se Chiara avesse deciso di ritirarsi nessuno l’avrebbe biasimata. E il post è andato subito online.

FT

 

* FIN QUI TUTTO BENE ::

Sabato, sì sabato, ho un esame. Quello di Corporate Governance. In attesa dei risultati di Performance Measurement, la notizia è che finora ne ho fatti (e passati) 15 che sono l’esatta metà del totale che mi aspetta da qui a giugno.

L’elenco dei primi 7 esami è qua, questi sono quelli fatti e passati da giugno a dicembre:

8. Operations and Supply Chain Management
9. Sistemi Informativi
10. Marketing, Comunicazione e Delivery del Valore
11. Finanza Aziendale
12. Strategia Competitiva
13. Business Game
14. Marketing, Customer Value Management
15. Sviluppo di Nuovi Prodotti e Servizi

Avevo davvero pensato di riuscire a scrivere un post per ogni esame (ma pure per ogni corso: ché non tutti i corsi si concludono con una verifica).

sda

Mi è mancato il tempo (o leggi pure: il gatto mi ha mangiato i compiti o avevo altro da fare). Però come mio solito ho messo qualche appunto in bozze, allora ecco quindi un po’ di cose sparse che ho imparato fin qui.

8. Cambiare in meglio si dice Kaizen

Che significa anche miglioramento continuo. Di business, di prodotto. Col coinvolgimento di chiunque lavori in un processo. Un miglioramento incrementale.

Così la smettiamo di usare il termine beta per dire che poi potremmo cambiare (anche idea).

9. I sistemi informativi non sono sistemi informatici

Anche se oggi, grazie a Internet, le informazioni passano (e trapassano) l’organizzazione gerarchica (mettendo in crisi chi ostacola il cambiamento, ma – ippippurrà – velocizzando processi obsoleti e difficili da svecchiare altrimenti).

C’è un però: chi non impara è un costo.

10. Si parte da zero

Tutti i prodotti/servizi nascono con brand awareness=0. E ciò è bene.

E meno differenziazione significa più possibilità di essere sostituibili.

11. Le informazioni sono una causa di successo

Il valore di un’impresa è la somma del valore/delle competenze di chi ci lavora.
Archiviate in: cose da fare meglio nel 2015.

12. Non si fa strategia senza conoscenza

Il che significa che in un’azienda bisogna sapere tutto. Di tutto. E bisogna sapere anche cosa succede fuori, non solo nel mercato dei propri prodotti.

13. Odio i giochi di ruolo

Quelli da tavola, quelli a squadre, le squadre e… cos’è il Business Game? Un gioco di ruolo a squadre.
Questo riassunto è più lungo, sì.

Per una settimana intera ci siamo sfidati, come aziende locali, prima, e internazionali poi a colpi di prezzi d’acquisto e vendita di materie prime, accordi, costi di produzione e margini. Una classe di 50 persone divisa in gruppi da cinque. Tutta questa cosa avviene grazie a un software, ma si gioca tanto offline decidendo i prossimi passi, facendo il conto economico, analizzando lo stato patrimoniale e poi si registrano online le mosse successive. Io sono stata il Direttore Commerciale e Marketing. Luca responsabile della produzione, Salvatore l’analyst, Sergio quello occupato a fare di conto, il finance, e Mauro il nostro CEO. Qua e là qualche richiesta dai professori, che giocavano col sofware con e contro di noi. Un discorso ai dipendenti, uno agli azionisti, il piano strategico per i successivi cinque anni dopo la fine del gioco e altre cose semplici da fare… in meno di un’ora. Sì perché ogni periodo, con la chiusura contabile relativa, si chiudeva ogni 50 minuti in media. L’ultimo giorno nei 50 minuti era inclusa la nostra pausa pranzo.
Se volete immaginare l’aria che tirava: dalle 9 alle 17, otto ore di gioco.

In tutto questo, però, col mio team ho vinto il Matteo Renzi Award per aver pensato e scritto il discorso più alla mano del CEO ai dipendenti.

Al di là di ogni giudizio politico andrebbe sempre la pena di semplificare la comunicazione e fare uno sforzo per farsi capire da tutti, no?
 

14. Per avere successo serve di tutto un po’

Ma soprattutto una gestione integrata dell’economia delle cose e dell’economia della conoscenza.

15. Insistere sulle competenze

Non solo interne.

E anche di gestione.

 

E fin qui tutto bene.
Nel frattempo abbiamo avuto tempo di andare anche a una cena o due (questa è quella in occasione della cerimonia Alumnus Bocconi dell’anno 2014, premio dato a Federico Marchetti, fondatore di Yoox).

#embas14 #sdabocconi we rock hard! Una foto pubblicata da Riccardo Terzi (@riccardoterzi) in data:


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