* E LA COLPA DI CHI È? ::

Tanti anni fa, facciamo un conto: 11 anni fa, è successa una cosa di cui mi sono sempre vantata poco.
Ho capito l’importanza di avere una RACI, una matrice di assegnazione delle responsabilità.
Tim Cook è diventato CEO di Apple nel 2011. Quell’anno Steve Jobs, pare a sorpresa, salì sul palco in occasione dell’evento di presentazione dell’iPad 2 e tra le wonderful wonderful Apps che citò c’era Virtual History di cui avevo seguito il lancio. «È la prima volta che un’applicazione realizzata in Italia, da un team tutto italiano, riesce ad ottenere un successo simile», scrissero tre giorni dopo le riviste specializzate. Tre giorni dopo.

Noi che ci avevamo lavorato ce ne siamo vantati sempre troppo poco, ma mentre seguivamo quello che – non potevamo saperlo – sarebbe stato l’ultimo speech di Steve Jobs vedemmo la nostra App, ma non sapevamo a chi dirlo.

C’era stato un comunicato stampa, certo. Vecchio di mesi. Che essendo stato scritto e inviato alla stampa specializzata a gennaio non raccontava quell’incredibile sorpresa, tantomeno – essendo passato troppo tempo – non permetteva a giornalisti e appassionati di riconoscere Virtual History come App italiana. Serviva un altro comunicato. Ma, sì, sapevamo pure a chi dirlo. Ma serviva tornare in ufficio, fare una riunione col capo, che il capo ne facesse un’altra e così via. Quel comunicato lo facemmo mandare, certo. Dopo: oggi sarebbe una notizia vecchia, che faticheremmo a far uscire. Fu così pure allora. Mica no. Immaginate tutti i «Ma ne abbiamo già scritto due giorni fa dell’evento».

Con i social media e l’uso che ne facciamo oggi magari sarebbe bastato riprendere quella notizia aggiungendo l’autocelebrazione di questa menzione speciale. Ma sarebbe successo, nella migliore delle ipotesi, sempre il giorno dopo, in mancanza di una RACI che ci permettesse di informare velocemente chi poteva decidere di far uscire una nuova comunicazione a quell’ora.
Quindi tre giorni sono tanti o pochi?
E ora torniamo alle solite cose che la responsabilità è la mia.
Ah ieri c’è stato un nuovo evento Apple, ma non ho una storia da raccontare questa volta. O non ancora.

IL BIGNAMI DEL MARKETING

  • Il 12 ottobre a Milano c’è il B2B Day. Poi ne parliamo.

CONSIGLI PER LEADER PROMETTENTI

  • Non avere paura di parlare di soldi.
  • «Il successo non è solo conseguenza delle nostre azioni. E non dipende neppure interamente dall’impegno e dal talento che ci mettiamo, ma anche da tutta una serie di circostanze esterne, da una certa disposizione delle stelle in quel preciso momento. E questo è un bene. Perché la narrazione secondo cui possiamo ottenere tutto ciò che vogliamo, mette su di noi una responsabilità brutale. Occorre invece imparare a gestire il successo senza cadere nel senso di onnipotenza», Annalisa Monfreda racconta l’intervista a Licia Troisi. Si ascolta qui.

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  • Quando torni? è una delle scritte comparse sui muri di un paese in Calabria grazie a un progetto di riflessione sulle definizioni abusate di marketing territoriale. In breve: un borgo è abbandonato, un paese è vivo. Puoi leggerne su Frizzifrizzi. All’uscita del mio libro sui capi (Il pessimo capo. Manuale di resistenza per un lavoro non abbastanza smart, Longanesi) sono stata ospite in Regione Lombardia in un dibattito sullo smart working dove si è raccontato come – a seguito dell’emergenza sanitaria prima, ma come scelta poi – le comunità montane in Lombardia hanno ripreso a crescere. Dove si trasferiscono più persone c’è bisogno di servizi, negozi di prossimità: far girare l’economia, non solo in città.

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  • Che differenza c’è tra efficienza e efficacia?
  • Quiet quitting è la nuova definizione di un comportamento che conosciamo già: quando una persona lavora facendo il suo, un po’ più che meno del minimo. In pratica: quando un collega ci ha mollato. Anche in questo caso la colpa è di una cattiva gestione manageriale.
    L’artista perfomativa finlandese Pilvi Takala nel 2008 propone un progetto a Deloitte che ha come scopo evidenziare come ogni giorno tutte e tutti noi dobbiamo mostrarci sempre indaffarati per giustificare – con noi stessi e con la società – il tempo che passiamo al lavoro. Essere indaffarati non aiuta a pensare. Nel mio lavoro io vengo pagata per pensare, non per essere indaffarata. E nel tuo? L’opera è The Trainee e ha come protagonista l’artista che per un mese ha lavorato come tirocinante nel reparto marketing di Deloitte. Puoi leggerne qui o ascoltare la prima puntata di Il lavoro non ti ama, un podcast in cinque puntate che racconta com’è oggi il mondo del lavoro digitale, creativo, cognitivo e culturale.

COSE CHE HO COMPRATO

  • Un impermeabile da tenere sempre nello zaino quando esco per andare in ufficio.
  • Un paio di questi reggicavi. Per tenere più in ordine.
  • I finti gessetti per scrivere sulla porta di casa le cose da fare.

️ DALL’ARCHIVIO


RIASSUNTO DELLE PUNTATE PRECEDENTI

Quello che hai letto è un pezzo della newsletter che ho spedito a settembre 2022.

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